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Pizza Romana e Pizza Napoletana: due mondi diversi

Immagine del redattore: Rita Gallina
Rita Gallina
14 mag
Tempo di lettura: 4 min





Nel mondo della pizza esistono stili che, pur partendo dagli stessi ingredienti base, danno vita a prodotti completamente differenti. È proprio questo il caso della pizza tonda romana e della pizza napoletana: due interpretazioni iconiche della pizza italiana che cambiano non solo nell’aspetto finale, ma soprattutto nel modo in cui vengono pensate, lavorate e cotte.

Molto spesso si tende a ridurre tutto a una semplice differenza estetica — il cornicione alto della napoletana contro quello quasi inesistente della romana — ma in realtà dietro questi due prodotti ci sono logiche tecniche completamente diverse. Cambiano le temperature, le idratazioni, la gestione dell’impasto, la stesura e perfino il comportamento del forno.

Capire queste differenze è fondamentale se si vuole ottenere davvero il risultato desiderato. Perché una pizza romana non si improvvisa “abbassando il cornicione” a una napoletana, così come una napoletana non nasce semplicemente aumentando l’idratazione.


La vera identità della pizza romana

La pizza tonda romana si riconosce immediatamente per la sua struttura sottile, croccante e friabile. Il cornicione è minimo, quasi assente, perché l’obiettivo è sfruttare tutta la superficie disponibile per il condimento. A differenza della pizza napoletana, dove il topping resta concentrato maggiormente verso il centro, nella romana il condimento viene distribuito in maniera più uniforme.

La caratteristica più importante, però, è la croccantezza. Il fondo deve reggersi da solo, risultare stabile al morso e mantenere quella friabilità tipica che rende questo stile così riconoscibile.

Per ottenere questo risultato, già la stesura segue una filosofia opposta rispetto alla napoletana. Nella romana si parte dall’esterno, schiacciando subito i bordi per eliminare l’aria e impedire la formazione di un cornicione pronunciato. Ogni gesto serve a creare una pizza sottile e compatta, pensata per asciugarsi bene in cottura.

Anche l’idratazione rimane generalmente più bassa, spesso compresa tra il 50% e il 57-58%. Questo permette di gestire un impasto più asciutto e lavorabile, soprattutto considerando che la pizza romana viene spesso stesa anche con il mattarello.

Un altro elemento molto comune è l’aggiunta dell’olio nell’impasto. Non serve soltanto a migliorare la lavorabilità, ma contribuisce anche alla friabilità finale del prodotto, aiutando a ottenere quella texture asciutta e croccante tipica della romana.


La pizza napoletana: morbidezza, struttura e alte temperature

La pizza napoletana segue una logica completamente diversa. Qui il protagonista è il cornicione: soffice, alveolato e ben sviluppato. La stesura parte sempre dal centro e i bordi non devono essere schiacciati, proprio per preservare l’aria accumulata durante la fermentazione.

Il risultato finale è una pizza molto più morbida, umida e leggera al morso.

Naturalmente anche all’interno del mondo napoletano esistono differenze importanti. Una napoletana tradizionale lavora generalmente con idratazioni più moderate, intorno al 57-62%, mentre le versioni contemporanee possono spingersi molto più in alto, arrivando anche oltre il 65-68%.

Aumentando l’idratazione cambia completamente la gestione dell’impasto: la fermentazione diventa più vivace, l’impasto più delicato e la cottura deve essere adattata di conseguenza.

È qui che entra in gioco uno degli aspetti più importanti: la temperatura.

La pizza napoletana ha bisogno di temperature altissime per sviluppare immediatamente il cornicione e creare quella tipica “maculatura”, ovvero le bruciature puntiformi che compaiono sulla superficie. La cottura avviene generalmente tra i 60 e i 90 secondi e l’impatto termico violento permette all’impasto di gonfiarsi rapidamente senza perdere completamente l’umidità interna.

Il risultato è una pizza soffice, umida e molto morbida al taglio e al morso.


La cottura: il vero spartiacque tra pizza romana e pizza napoletana

Se c’è un elemento che più di tutti separa questi due mondi, pizza romana e pizza napoletana, è proprio la cottura.

La pizza romana richiede tempi più lunghi e temperature più basse rispetto alla napoletana. Generalmente si lavora tra i 300 e i 350 gradi, con una cottura che arriva fino a circa 3 minuti. Lo scopo non è far esplodere il cornicione, ma asciugare progressivamente l’impasto per eliminare quanta più umidità possibile.

È proprio questa cottura lenta che crea la friabilità finale.

La napoletana, invece, lavora sull’effetto opposto: temperature molto elevate e tempi brevissimi. Qui l’obiettivo è bloccare rapidamente la struttura, gonfiare il cornicione e mantenere umidità all’interno dell’impasto.

Anche la scelta della pietra o del piano di cottura cambia moltissimo. Il biscotto di Sorrento, ad esempio, è perfetto per la napoletana perché rilascia il calore in modo più dolce, evitando di bruciare il fondo alle altissime temperature. Per la romana, invece, spesso si preferiscono pietre refrattarie differenti, più adatte a trasmettere calore in modo deciso e costante.


Il forno di casa può bastare?

Per chi prepara la pizza in casa, la differenza tra questi due stili diventa ancora più evidente.

La pizza romana è decisamente più accessibile anche con un forno domestico tradizionale. Con una buona pietra refrattaria e temperature superiori ai 250 gradi si possono ottenere risultati molto interessanti, magari aumentando leggermente i tempi di cottura.

La napoletana, invece, dipende moltissimo dalla capacità del forno di raggiungere temperature elevate. È proprio il calore estremo a creare il profumo, la morbidezza e la struttura tipica di questo stile. Una pizza può anche “assomigliare” esteticamente a una napoletana, ma senza alte temperature sarà difficile replicarne davvero consistenza, aroma e scioglievolezza.


Due pizze straordinarie, senza una vera vincitrice

Spesso si cerca di stabilire quale sia la pizza migliore tra romana e napoletana, ma la verità è che si tratta semplicemente di due prodotti diversi, pensati con filosofie opposte.

La romana punta tutto sulla croccantezza, sulla friabilità e sull’equilibrio tra impasto sottile e condimento diffuso. La napoletana, invece, lavora sulla morbidezza, sull’alveolatura e sull’impatto della cottura ad altissima temperatura.

Sono due modi differenti di interpretare la pizza, entrambi spettacolari quando vengono eseguiti correttamente.

Ed è proprio questo il punto fondamentale: per ottenere una vera pizza romana o una vera pizza napoletana non basta cambiare una ricetta. Bisogna cambiare mentalità, tecnica e approccio in ogni fase della lavorazione.

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